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Giovedì 08 Novembre 2012 Chiudi chiudi finestra
Caro Roberto, caro Luigi
Caro Roberto, è facile immaginare che nell'Italia del dopo-elezioni, la governabilità del Paese, nel senso tradizionale a noi noto, sarà pressoché impossibile: tronconi ruvidi e tozzi di partiti senza ideologie, ma anche, e soprattutto, senza pragmatici programmi d'azione, si ammasseranno gli uni sugli altri come in una catasta destinata ad essere (ovvio, solo idealmente) bruciata. Innanzi a quella «pira di orrendo foco», il commissariamento da parte di tecnici, tecnocrati, docenti e funzionari di stretta fiducia del mondo bancario e finanziario per la gestione della res publica italiana sembrerà ancora più necessario e indispensabile che oggi.
Altri (o gli stessi) Demiurghi, graditi anche agli Empirei di Londra e di Washington, inviteranno la Nazione a sopportare le ben note e ormai tristemente famose lacrime e sangue, per le ragioni indifferibili di un risanamento economico, tacendo rigorosamente quelle, ben più reali, di un passaggio, ormai ritenuto obbligatorio, del Belpaese all'economia dell'era post-industriale e iper-tecnologica.
Luigi Mazzella, Roma
Caro Luigi, se le ragioni di un risanamento economico sono indifferibili, perché contestarle? Il Paese è in brache di tela e tu, osservatore acuto e preveggente, lo sai. E quando un Paese è in brache di tela bisogna farsi due domande. La prima: chi l'ha ridotto in tale stato? La seconda: che fare per rimettergli le brache? In simili condizioni, che non potrebbero essere peggiori anche se Monti fa di tutto per migliorarle, non l'hanno ridotto i tecnici, che avranno tante colpe, ma non questa. A portare alla deriva lo Stivale sono stati in mezzo secolo i partiti politici, che ora devono pagare il malfatto e il maltolto. Sono loro i veri responsabili del disastro. Sono loro che hanno tradito gli italiani, responsabili di averli votati non per stima, ma per mancanza di alternative. Sono loro che devono andarsene a casa, e qualcuno in galera, dopo essere vissuti a sbafo nei «Palazzi» del potere, mantenuti da noi. Della cosa pubblica si sono sempre infischiati perché a loro stavano a cuore solo gli interessi privati. Via, via tutti prima che sia troppo tardi per loro e per noi. Ci hanno stufato, non vogliamo più nemmeno vederli in faccia. Circostanza impossibile visto che la faccia l'hanno perduta. E non la ritroveranno più.
Tu mi obietterai che non sono tutti così, che fra di loro ci sono anche dei galantuomini. Lo so e di alcuni sono amico. Ma il repulisti deve essere generale e indiscriminato per evitare che qualche lestofante si travesta da gentiluomo e continui a fare quello che ha sempre fatto: niente. O peggio. I partiti, e lo sai meglio di me, sono spacciati. E quando uno è spacciato deve, volente o nolente, farsi da parte, dare spazio e autorità ad altri, possibilmente dalle mani più pulite o meno sporche. La politica non è una missione né un pellegrinaggio a Lourdes. La politica è sporca. Come diceva Formica, che la conosceva bene, è «merda e sangue», ingredienti aberranti e nauseanti, ma necessari.
Fuori i Lusi, fuori i Belsito, fuori i Fiorito, fuori tutti quelli, e sono tanti, anche se fanno gli gnorri e i puri, che gli hanno tenuto il sacco. E non per tenerglielo, ma per impinguare il loro. I nomi non li facciamo perché non abbiamo più l'età per andare in galera per diffamazione, ma tutti sanno chi sono. I loro nomi forse non verranno mai fuori, ma noi li abbiamo dentro. E veniamo ai tecnici di cui, secondo te, e non solo secondo te, siamo nelle mani. Non saranno le mani di san Bernardino o di san Cirillo, ma sono mani di gente che se ne intende, gente che la sa lunga. Mi dirai: sono al servizio dei grandi poteri internazionali. E con questo? Io preferisco essere governato da chi sa fare il proprio mestiere e rimette in carreggiata il Paese, anche se non è un patriota, piuttosto che da un marpione che, ligio solo al proprio «particulare», lo è ancora meno. Qui si tratta di scegliere: fra imbroglioni incapaci e plenipotenziari dello straniero che vogliono fare dell'Italia un Paese moderno sempre più post-industriale e sempre più iper-tecnologico.
Diventeremo una colonia di Germania, Inghilterra, America, Cina, Giappone, India. Non è allegro, lo so, ma meglio che tornare ad essere gli zimbelli di partiti vecchi come il cucco e di ladri matricolati. Ai furbetti del quartierino meglio i furboni di Wall Street che vogliono fare affari in un Paese che per l'insipienza di chi per decenni lo ha governato ne ha fatti di pessimi, a uso e consumo di chi menava la quadriglia. Diventeremo una colonia del XXI secolo, ma una colonia dove le cose funzioneranno perché dovranno funzionare. Dove il merito (business is business) sarà premiato, i bravi andranno avanti e i somari a spasso. Questo non sarà patriottismo, ma è realismo. Siamo stufi di chiacchiere. Vogliamo i fatti.
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